Cicatrici e ferite

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Ho cicatrici ovunque, alcune di vecchia data, altre più recenti.
Dimentico spesso di averne a causa della cecità accresciuta nel mio cuore da quando ho deciso che non voglio più soffrire.
Allora faccio finta di non avere mai provato dolore e passeggio scanzonatamente lungo un viale che sparisce alle mie spalle.
È evidente che si provi un pelino di stanchezza a camminare là dove il passato crolla sotto l’ultima suola, ma è una piccola fatica a cui non posso rinunciare.
Ricordo che una volta, per una coltellata all’anima, rimasi senza parlare per ore intere. Anzi, a dire il vero urlavo e pure tanto, ma quel grido lo sentivo soltanto io; vuoi perché l’amore dà schiaffi tremendi solo a chi resta in solitudine e vuoi perché il dolore dello schiaffeggiato è, magari, ancora troppo vivo.
Quel passato, accantonato di proposito, cerca d’irrompere o, per meglio dire, rompere le scatole. Ti spiazza: “Ricordi la cicatrice?”, e tu mica puoi far finta di niente, incassi il colpo, guardi un attimo lo sgarro ma poi corri nelle tue braccia per farti coccolare. Insomma, ti autococcoli!
Sì, perché non c’è cuccia migliore di quella che conosci soltanto tu, la tua. Ma soprattutto non esiste medicina da comprare in farmacia quando l’unico sciroppo contro la tristezza lo puoi trovare esclusivamente nello scaffale, in fondo a sinistra – fra la prima e la sesta costola -, della tua vita.
Le cicatrici concorrono a ricordarci di non dimenticare, mentre l’ennesimo cerotto copre l’ultima ferita.


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